I villeggianti vanno al piccolo supermercato intasandolo, non sanno dove sia la roba, si instupidiscono nelle corsie. Nugoli di moscerini riempono l'aria, fuori. Una gru dietro i tetti è di riposo nel giorno del signore. Vado a comperare piselli surgelati e vellutata di pomodoro, per cucinare seppioline in umido. L'odore riempe la casa, e altre cose. I villeggianti non sanno neanche parcheggiare, sono arrabbiati della fine delle vacanze. Ho appeso nel bagagliaio un mazzetto di lavanda a seccare.

Mi è sempre piaciuto viaggiare in treno.
Il paese dove sono nato è talmente piccolo da non avere nemmeno una stazione. La prima volta che vidi un treno dovevo avere quattro o cinque anni.
Oggi come allora mi sembra che il treno sia un intero mondo in movimento, mi mette addosso uno strano senso di malinconia felice. Il sorriso. Ogni volta che ci salgo non trattengo mai un sorriso un po’ amaro, non saprei spiegare, è una sensazione talmente caratteristica da non poterla chiarire, la sensazione del treno, solo quella.
Adesso con la fronte poggiata sul vetro del finestrino guardo scorrere un pezzo d’Italia colorata, autunnale, mi stupiscono il paesaggio e le case, come fosse la prima volta, come fossi ancora quel bambino che dovettero tenere forte per evitare che si lanciasse in mezzo ai binari per correre dietro a quella montagna di ferro che si allontava fischiando.
Ho capito una cosa in questi ultimi tre giorni. Il passato non lo si può fermare, per quanto crescere, cambiare, possa essere incredibilmente triste.
Scoprirsi a maneggiare fatture, ordini, incassi, parlare al commercialista, andare al sindacato, lasciare il bigliettino dicendo mi chiami in orari d’ufficio.
Non era certo questo che sognava il ragazzino che faceva l’amore sull’erba con Jasmina. Ma chissà cosa sognava, certo non il futuro.
Che donna stupenda che è diventata Jasmina. A passeggiare con lei per Roma mi sentivo in un film, o in un racconto, dentro qualcosa che non ha troppo a che fare con il reale. Nei suoi occhi, adesso, ho trovato poco della ragazzina di allora, non gli occhi dolcissimi e indifesi, ma uno sguardo fiero, non le braccia magre e bianchissime, ma un corpo maturo in un tailleur grigio.
Quando parla si muove poco e sorride ogni tanto. E di me, cosa è rimasto in me di quel ragazzino, lei, dice, mi ha riconosciuto dalle labbra e dal naso. Mi immaginava ancora coi capelli lunghi e la maglietta di un qualche gruppo musicale, ma dice che sto bene in giacca e camicia.
Poi aspettarla al congresso e trovare ogni tanto il suo sguardo.
Passeggiare insieme divertendomi nel vedere l’effetto che fa Roma a chi non l’ha mai vista, in via del Corso lei che mi prende la mano e vuole farsi una foto. Le metto il braccio sulla spalla esattamente come nella foto fatta dieci anni fa, lei capisce. Si volta e sorride.
Guardando la foto nel display della fotocamera sento come un senso d’ansia salire dallo stomaco.
- I want have it in my hands -
Lo dice seria.
Cerchiamo un posto per stamparla, ne faccio fare due copie.
Tramonta su Roma e noi camminiamo per mano, l’accompagno al suo albergo.
La sera lei ha una cena coi professori, con quelli del congresso.
Sarei partito l’indomani pomeriggio, ma le dico che vado via la sera stessa, dobbiamo salutarci, e ci salutiamo con un abbraccio forte.
Mi allontano, ma la guardo aspettando che scompaia del tutto, ed anche lei mi guarda fino all’ultimo.
Le campagne continuano a scorrere sotto un cielo sempre più cupo, da qualche parte piove.
Esco nel corridoio, c’è un po’ di gente. Chi parla, chi prova a dormire.
Io guardo dal finestrino e ho un sorriso, un po’ amaro.
Mi è sempre piaciuto viaggiare in treno.
Lost.
dove! quando!
tu.
oggi è lunedì.
lost era al martedì.
non so, non vedevo lost.
che io sappia avevano sparacchiato sharon, no, e avevano trovato bunker, no, e poi avevano le scatolette, no, ed erano tornati dalla zattera, no, e insomma un casino.
quand'è che pulisci il vialetto di casa tua?
che c'entra.
c'entra c'entra
STAI TENENDO D'OCCHIO GOOGLE EARTH!
no. dicevamo?
ah. credevo.
tu, lost.
Jasmina baciava la “s” che chiudeva il mio “yes”, io chiudevo gli occhi, le labbra nelle sue, nel terrazzo di quel ristorante che non ricordo nemmeno il nome, ha chiuso da un paio d’anni. Chissà perché.
Facevo la terza liceo, mi sarei diplomato dopo due mesi, avevo i capelli lunghi sulle spalle, le occhiaie da insonne cronico, lei invece era bella con i suoi capelli rossastri e gli occhi castani che avevano visto la guerra.
Il mio liceo si era gemellato con uno di Sarajevo, avevano invitato venti studenti a passare una settimana da noi, molti di loro avevano perso i parenti, ci dissero, li avremmo ospitati noi, nelle nostre case.
Arrivarono che faceva già caldo, ricordo ancora quando l’autobus blu si fermò davanti la scuola, facemmo una festa di benvenuto e ci presentarono il nostro ospite.
In casa mia venne Zlatan, era alto più di uno e novanta, magro, aveva un’espressione allegra.
Erano tutti allegri, sempre, pensavo che dopo quello che avevano passato ogni cosa doveva sembrargli incredibilmente bella. Zlatan era fidanzato con una ragazza che era ospite di una mia compagna di classe. Non ricordo il nome, era una ragazzona con i capelli nerissimi e gli occhi chiari.
Il terzo giorno che erano da noi facemmo una gita ai templi di Agrigento. Fu lì che Zlatan mi presentò Jasmina, che era piccola, aveva un viso dolce, i cappelli corti e gli occhi grandi.
Parlai tutta la mattina con lei, e in mente imprecavo per non saper l’inglese come avrei voluto.
Tornati a casa, dopo pranzo, Zlatan mi disse che era stata Jasmina a chiedergli di presentarci. She likes you, disse prima di ridere.
Anche a me piaceva Jasmina, tanto. In quei mesi ascoltavo tutto il giorno un solo CD, Linea Gotica dei CSI, mi immaginavo la guerra. A Zlatan non avevo il coraggio di chiedere niente, parlavamo di sport, di musica. Quel pomeriggio registrai una cassetta da quel CD, quando uscimmo la sera portai con me il walkman e davanti il portone chiesi a Zlatan se ci sarebbe stata anche Jasmina, disse yes ridendo e battendo la mano enorme sulla spalla.
Le feci ascoltare Cupe Vampe seduti su uno scalino un po’ appartato, c’era poca luce, finita la canzone si tolse le cuffie. “It is about Sarajevo?” (era l’unica parola che aveva capito) dissi di sì, lei mi interrogava con gli occhi (quant’erano belli!) aggiunsi “about the war”. Ci fu silenzio. La guerra è brutta, disse piano, very bad, ripeté abbracciandomi. Mi vergognai, lei alzò un poco lo sguardo, non piangeva, ci baciammo.
Per altri due giorni passavamo il tempo insieme, parlavamo e ridevamo. Facemmo l’amore una volta soltanto. La mia compagna che ospitava la ragazza di Zlatan diede una festa nella sua casa di campagna il penultimo giorno. Ci allontanammo dagli altri, nella campagna, faceva un gran caldo. Lei mi sbottonò il primo bottone della camicia e mi baciò il petto. A diciott’anni avevo ancora molto da imparare, ma fu davvero bello. Ancora sull’erba le dissi you are beautyful passandole la mano fra i capelli.
La sera che partirono ci fu una cena tutti insieme al ristorante. C’erano anche i professori e il preside. Dopo cena qualcuno ballava, io e Jasmina andammo nel terrazzo. Lei mi chiese you will remember me? Però interruppe la mia risposta con un bacio. Credo che se non avesse baciato la mia “s” avrei aggiunto always.
Due mesi fa ho cambiato casa. Mentre preparavo gli scatoloni per il trasloco ho trovato una foto. C’era un diciottenne in camicia di flanella a quadri con i capelli lunghi, che sorride con la mano sulla spalla di una ragazza molto carina, sullo sfondo il tempio della concordia di Agrigento.
Sul retro scritto con una penna blu, un indirizzo di Sarajevo.
Presi carta e penna, il dizionario di inglese e scrissi una lettera. Scrissi di aver trovato la foto e di aver ricordato. Le chiedevo come stava. Presi la foto, la misi nello scanner, ne stampai una copia e la infilai nella busta. Oggi nella buca della posta c’era la bolletta della luce e una busta bianca, il francobollo timbrato a Sarajevo.
Ho aperto invece una bottiglia di rosso, sorseggio in penombra ascoltando Cohen. Girando e rigirando la busta fra le mani. Chissà cosa sta facendo, adesso, Jasmina. Aprendo la busta forse potrei saperlo. Ma voglio ancora immaginarmela diciottenne, mentre facciamo l’amore sull’erba.
mangiare bere camminare toccarsi leccarsi fare l'amore venire acquietarsi avvinghiarsi addormentarsi sognare svegliarsi baciarsi fare l'amore prendere il caffè fumare uscire instrada
tutto questo
non l'ho ancora
e già mi manca