Mi hai cercato una notte intera e l’indomani.
Sorvolavo il giorno che ci divideva.
Sono partito, ho conosciuto nuove forme,
ombre sature di sabbia: le ho contate nutrendomi.
Tu aspettami un’altra notte fino all’alba,
tornerò
e sarò tuo come il tuo tempo,
e sarai mia come il mio amore.
Questa sera, che come ognuna finisce,
riecheggia lontana la tua voce
mi dice il tuo corpo, scema l’inverno
e la carne freme.
Inebriante mi avvolge al pensiero
un soffio di paradiso segreto.

Fuori dalla discoteca a mattino inoltrato ballano ancora i ragazzi coi cofani aperti e l'anfetamina nel sangue. Ti svegli e ti preoccupi di aver la matita sbavata, quanto sei bella. Dici cose che so, ma te le lascio dire. Prendiamo un caffé, qualcuno ci chiede l'ora. Dici cose che non vorrei, ma te le lascio dire. Fa freddo, domani non ti rivedrò, fa freddo.

I villeggianti vanno al piccolo supermercato intasandolo, non sanno dove sia la roba, si instupidiscono nelle corsie. Nugoli di moscerini riempono l'aria, fuori. Una gru dietro i tetti è di riposo nel giorno del signore. Vado a comperare piselli surgelati e vellutata di pomodoro, per cucinare seppioline in umido. L'odore riempe la casa, e altre cose. I villeggianti non sanno neanche parcheggiare, sono arrabbiati della fine delle vacanze. Ho appeso nel bagagliaio un mazzetto di lavanda a seccare.

 

 





La terza e ultima. Qui la prima e qui la seconda.


Mi è sempre piaciuto viaggiare in treno.
Il paese dove sono nato è talmente piccolo da non avere nemmeno una stazione. La prima volta che vidi un treno dovevo avere quattro o cinque anni.

Oggi come allora mi sembra che il treno sia un intero mondo in movimento, mi mette addosso uno strano senso di malinconia felice. Il sorriso. Ogni volta che ci salgo non trattengo mai un sorriso un po’ amaro, non saprei spiegare, è una sensazione talmente caratteristica da non poterla chiarire, la sensazione del treno, solo quella.
Adesso con la fronte poggiata sul vetro del finestrino guardo scorrere un pezzo d’Italia colorata, autunnale, mi stupiscono il paesaggio e le case, come fosse la prima volta, come fossi ancora quel bambino che dovettero tenere forte per evitare che si lanciasse in mezzo ai binari per correre dietro a quella montagna di ferro che si allontava fischiando.

Ho capito una cosa in questi ultimi tre giorni. Il passato non lo si può fermare, per quanto crescere, cambiare, possa essere incredibilmente triste.

Scoprirsi a maneggiare fatture, ordini, incassi, parlare al commercialista, andare al sindacato, lasciare il bigliettino dicendo mi chiami in orari d’ufficio.
Non era certo questo che sognava il ragazzino che faceva l’amore sull’erba con Jasmina. Ma chissà cosa sognava, certo non il futuro.

Che donna stupenda che è diventata Jasmina. A passeggiare con lei per Roma mi sentivo in un film, o in un racconto, dentro qualcosa che non ha troppo a che fare con il reale. Nei suoi occhi, adesso, ho trovato poco della ragazzina di allora, non gli occhi dolcissimi e indifesi, ma uno sguardo fiero, non le braccia magre e bianchissime, ma un corpo maturo in un tailleur grigio.

Quando parla si muove poco e sorride ogni tanto. E di me, cosa è rimasto in me di quel ragazzino, lei, dice, mi ha riconosciuto dalle labbra e dal naso. Mi immaginava ancora coi capelli lunghi e la maglietta di un qualche gruppo musicale, ma dice che sto bene in giacca e camicia.

Poi aspettarla al congresso e trovare ogni tanto il suo sguardo.

Passeggiare insieme divertendomi nel vedere l’effetto che fa Roma a chi non l’ha mai vista, in via del Corso lei che mi prende la mano e vuole farsi una foto. Le metto il braccio sulla spalla esattamente come nella foto fatta dieci anni fa, lei capisce. Si volta e sorride.

Guardando la foto nel display della fotocamera sento come un senso d’ansia salire dallo stomaco.

- I want have it in my hands -

Lo dice seria.

Cerchiamo un posto per stamparla, ne faccio fare due copie.

Nella differenza fra le due foto migliaia di giorni che non torneranno, giorni che ci hanno scolpito fino a farci diventare quel che siamo, quel che allora non potevamo sapere. E questa strana combinazione d’eventi che ci ha portato a rivederci adesso è come uno specchio che ci è stato piazzato davanti per dirci adesso voi siete così. Per farci capire che i ricordi sono buoni da tenere in memoria, ma bisogna vivere adesso, non puoi tormentarti per cosa è stato e cosa no, non puoi toccare, non puoi baciare un ricordo, non puoi farci l’amore.

Tramonta su Roma e noi camminiamo per mano, l’accompagno al suo albergo.
La sera lei ha una cena coi professori, con quelli del congresso.
Sarei partito l’indomani pomeriggio, ma le dico che vado via la sera stessa, dobbiamo salutarci, e ci salutiamo con un abbraccio forte.
Mi allontano, ma la guardo aspettando che scompaia del tutto, ed anche lei mi guarda fino all’ultimo.

Non ho chiuso occhio per tutta quella notte, pensando a lei, pensando a me, pensando all’assurdità di questo incontro. Un po’ sorrido, un po’ m’incupisco.

Mi sono svegliato che era più pomeriggio che mattina, giusto il tempo di mangiare qualcosa e prendere questo treno.
Le campagne continuano a scorrere sotto un cielo sempre più cupo, da qualche parte piove.

Un ragazzo entra nel mio scompartimento, chiede se è libero. Ha l’accento siciliano, un borsone militare, faccio sì con la testa, lui si siede.

Esco nel corridoio, c’è un po’ di gente. Chi parla, chi prova a dormire.
Io guardo dal finestrino e ho un sorriso, un po’ amaro.
Mi è sempre piaciuto viaggiare in treno.


continua da qui

…I’ve never forgotten you, and every time I hear the word “Sicily” I remember those beautiful days…

Alla fine l’ho aperta. L’ho fatta decantare nella busta ventiquattro ore, poi l’ho aperta.

I fatti in breve: finito il liceo classico si è iscritta in filosofia, si è laureata e poi ha fatto il dottorato di ricerca. Ora lavora per l’università di Sarajevo e quando ricevette la mia lettera stava preparando la relazione per un convegno a Roma. Chiamatela coincidenza, fortuna, destino addirittura, io non le do nessun nome, non do nomi alle cose che non posso capire. Anche se mi rendo conto di averle assegnato un sesso. Ho detto “non le do” avrei potuto dire “non gli do” è stata una cosa istintiva. Evidentemente associo la mancata comprensione alla sfera femminile. Ad ogni modo il convegno sarebbe stato due mesi dopo.

Oggi è due mesi dopo.

Mi sono preso tre giorni di ferie. Per il mio capo devo fare una visita specialistica a Roma. Per amici e parenti a Roma ci sono per un viaggio offertomi come premio produttività al lavoro.

Sempre avuto un certo talento nel raccontare cazzate. Per questo sì che meriterei un premio produttività.
Ho preso una stanza a Trastevere, non è stagione da turisti, spendo 60 euro a notte. La stanza è piccola, ma non è male. È pulita.

La sera per strada è un casino, non c’ero più abituato.

Sono due mesi che mi preparo per questo momento. Cioè, non è che abbia fatto chissà che, anzi credo che oltre a pensarci un paio di volte al giorno non abbia fatto nient’altro. Ma già questo ha creato una discreta aspettativa per questi tre giorni e la cosa, ora che i benedetti tre giorni sono arrivati, mi preoccupa un po’.

Il convegno è iniziato oggi, Jasmina relazionerà domani. Ora sono nella mia stanza, al portatile, per vedere se leggendo nel monitor quello che ho battuto sulla tastiera riesco a trovare delle risposte.
Al perché sono qui.
Al perché sono qui senza averle detto niente.
Al perché sono qui solamente per vederla dopo 10 anni.
Solo per vederla e senza aspettarmi niente.
Solo per rivedere una sconosciuta con cui ho passato una bella settimana 10 anni fa.
Tanto che allora eravamo studenti minorenni e adesso lei è una ricercatrice che va ai convegni all’estero io faccio il rappresentante di carni bianche.
Mi sono laureato, ho iniziato a vendere polli ai macellai perché non ne potevo più di non fare un cazzo, ma poi i guadagni non erano male ed andavano sempre meglio, oggi lavoro quattro ore al giorno, cinque giorni a settimana e guadagno il doppio di un insegnante, che con la mia laurea in lettere moderne sarei finito a fare quello.

Razionalizzando. Ci sono almeno due motivazioni di fondo alla mia scelta di venire qui.
Una è la sua foto che ho visto sul sito dell’università. Una donna stupenda. Di bella era bella anche allora. Ma era una ragazzina con i capelli corti e l’aria sbarazzina, in quella foto c’era una donna con i capelli lunghi sulle spalle, mossi e uno sguardo che vorrei tanto conoscere l’aggettivo adatto.
La seconda motivazione è l’elettrocardiogramma piatto della mia vita sociale. Con gli amici tutti più o meno ammogliati rimane solo qualche sera da ubriaco perso con gli amici single di sesso maschile e qualche sera in cui scambiarsi una scopata di cortesia con le amiche single di sesso femminile.

Lei non ha visto mie foto recenti e non sa che sono qui. È impossibile che mi riconosca. La possibilità che io domani l’ascolti parlare e poi me ne vada senza dirle niente non è così remota conoscendomi. Già mi ci vedo a pendere da quelle labbra che non capirò nulla di cosa diranno, poi osservarla parlare con questa e quello, sorridere, e io lì a pedinarla con gli occhi aspettando il momento per dirle “Hi Jasmina, I’m Riccardo do you remember me?” (E dirglielo con una faccia di cazzo, la faccia da cazzo più da cazzo mai sfoderata da un essere vivente), ma poi quel momento giusto non arriverebbe e io tornerei in albergo a ubriacarmi. O magari per ubriacarmi andrei in un bar abbastanza squallido da starmi bene intorno.

Domani si vedrà, ora provo a dormire, fa abbastanza caldo per essere ottobre.

Lost.
dove! quando!
tu.
oggi è lunedì.
lost era al martedì.
non so, non vedevo lost.
che io sappia avevano sparacchiato sharon, no, e avevano trovato bunker, no, e poi avevano le scatolette, no, ed erano tornati dalla zattera, no, e insomma un casino.
quand'è che pulisci il vialetto di casa tua?
che c'entra.
c'entra c'entra
STAI TENENDO D'OCCHIO GOOGLE EARTH!
no. dicevamo?
ah. credevo.
tu, lost.



Erano le dieci di sera, la fine di maggio del ‘97.

Jasmina baciava la “s” che chiudeva il mio “yes”,  io chiudevo gli occhi, le labbra nelle sue, nel terrazzo di quel ristorante che non ricordo nemmeno il nome, ha chiuso da un paio d’anni. Chissà perché.

Facevo la terza liceo, mi sarei diplomato dopo due mesi, avevo i capelli lunghi sulle spalle, le occhiaie da insonne cronico, lei invece era bella con i suoi capelli rossastri e gli occhi castani che avevano visto la guerra.

Il mio liceo si era gemellato con uno di Sarajevo, avevano invitato venti studenti a passare una settimana da noi, molti di loro avevano perso i parenti, ci dissero, li avremmo ospitati noi, nelle nostre case.

Arrivarono che faceva già caldo, ricordo ancora quando l’autobus blu si fermò davanti la scuola, facemmo una festa di benvenuto e ci presentarono il nostro ospite.

In casa mia venne Zlatan, era alto più di uno e novanta, magro, aveva un’espressione allegra.

Erano tutti allegri, sempre, pensavo che dopo quello che avevano passato ogni cosa doveva sembrargli incredibilmente bella. Zlatan era fidanzato con una ragazza che era ospite di una mia compagna di classe. Non ricordo il nome, era una ragazzona con i capelli nerissimi e gli occhi chiari.

Il terzo giorno che erano da noi facemmo una gita ai templi di Agrigento. Fu lì che Zlatan mi presentò Jasmina, che era piccola, aveva un viso dolce, i cappelli corti e gli occhi grandi.

Parlai tutta la mattina con lei, e in mente imprecavo per non saper l’inglese come avrei voluto.

Tornati a casa, dopo pranzo, Zlatan mi disse che era stata Jasmina a chiedergli di presentarci. She likes you, disse prima di ridere.

Anche a me piaceva Jasmina, tanto. In quei mesi ascoltavo tutto il giorno un solo CD, Linea Gotica dei CSI, mi immaginavo la guerra. A Zlatan non avevo il coraggio di chiedere niente, parlavamo di sport, di musica. Quel pomeriggio registrai una cassetta da quel CD, quando uscimmo la sera portai con me il walkman e davanti il portone chiesi a Zlatan se ci sarebbe stata anche Jasmina, disse yes ridendo e battendo la mano enorme sulla spalla.

Le feci ascoltare Cupe Vampe seduti su uno scalino un po’ appartato, c’era poca luce, finita la canzone si tolse le cuffie. “It is about Sarajevo?” (era l’unica parola che aveva capito) dissi di sì, lei mi interrogava con gli occhi (quant’erano belli!) aggiunsi “about the war”. Ci fu silenzio. La guerra è brutta, disse piano, very bad, ripeté abbracciandomi. Mi vergognai, lei alzò un poco lo sguardo, non piangeva, ci baciammo.

Per altri due giorni passavamo il tempo insieme, parlavamo e ridevamo. Facemmo l’amore una volta soltanto. La mia compagna che ospitava la ragazza di Zlatan diede una festa nella sua casa di campagna il penultimo giorno. Ci allontanammo dagli altri, nella campagna, faceva un gran caldo. Lei mi sbottonò il primo bottone della camicia e mi baciò il petto. A diciott’anni avevo ancora molto da imparare, ma fu davvero bello. Ancora sull’erba le dissi you are beautyful passandole la mano fra i capelli.

La sera che partirono ci fu una cena tutti insieme al ristorante. C’erano anche i professori e il preside. Dopo cena qualcuno ballava, io e Jasmina andammo nel terrazzo. Lei mi chiese you will remember me? Però interruppe la mia risposta con un bacio. Credo che se non avesse baciato la mia “s” avrei aggiunto always.

Due mesi fa ho cambiato casa. Mentre preparavo gli scatoloni per il trasloco ho trovato una foto. C’era un diciottenne in camicia di flanella a quadri con i capelli lunghi, che sorride con la mano sulla spalla di una ragazza molto carina, sullo sfondo il tempio della concordia di Agrigento.

Sul retro scritto con una penna blu, un indirizzo di Sarajevo.

Presi carta e penna, il dizionario di inglese e scrissi una lettera. Scrissi di aver trovato la foto e di aver ricordato. Le chiedevo come stava. Presi la foto, la misi nello scanner, ne stampai una copia e la infilai nella busta. Oggi nella buca della posta c’era la bolletta della luce e una busta bianca, il francobollo timbrato a Sarajevo.

Non l’ho ancora aperta. Non lo so se voglio aprirla.

Ho aperto invece una bottiglia di rosso, sorseggio in penombra ascoltando Cohen. Girando e rigirando la busta fra le mani. Chissà cosa sta facendo, adesso, Jasmina. Aprendo la busta forse potrei saperlo. Ma voglio ancora immaginarmela diciottenne, mentre facciamo l’amore sull’erba.

mmm

mangiare bere camminare toccarsi leccarsi fare l'amore venire acquietarsi avvinghiarsi addormentarsi sognare svegliarsi baciarsi fare l'amore prendere il caffè fumare uscire instrada
tutto questo
non l'ho ancora
e già mi manca

 

 




"Chi non ama Eyes Wide Shut è uno stronzo" - Goffredo Fofi

(Un grazie a Lovejoy per aver reso disponibile il filmato)