Se telefonando io
potessi mostrarti i girasoli
e i glicini che dipingono di viola l’ asfalto
Se telefonando io
potessi farti assaggiare frappè alla meringa
e panini croccanti coperti di brie che si sfalda
Se telefonando io
potessi dirti scendi dal treno
e raccogli cicoria e papaveri e margherite giganti
Se telefonando io
potessi dirti ancora
ti chiamerei
Se io potessi vederti
se fossi certa
che sei felice saprei dirti
ancora
ma non so spiegarti che
il nostro amore appena nato
non può finire

stamane stavo arringando i Compagni di O'Queen dal mio palchetto, sistemato all'incrocio tra Naples Street e Savoury Road, quando l'eccesso di focaccia con la siòula e gotti di giancu mi ha fatto cadere al suolo rovinosamente. ma ai miei adepti ci ho detto che ero svuotato per la commozione di sentire tutto il loro calore (in realtà stavano bruciando un pupazzo a forma di Bondi)
mi aspettavo almeno un trafiletto in fondo alla pagina di cronaca del Millennio o dell'Ozio.
invece mancu p'ou belìn.

 

Una donna di mezza età è in ospedale per un banale intervento, ma mentre è sotto anestesia vive una strana esperienza.... vede
Dio che le tende la mano.
"E' arrivata la mia ora?" chiede lei.
"No di certo - risponde Dio - ti rimangono 23 anni, 22 giorni e 5 ore di vita".
Dopo l'intervento la donna decide di rimanere in ospedale e si fa fare: lipo su addome e cosce, lifting, seno nuovo, collagene nel labbro superiore, protesi per rialzare i glutei e si fa anche segare due costole per avere la vita più sottile...
Esce finalmente dall'ospedale, inguainata in un meraviglioso abitino Tom Ford per Gucci (ormai vintage!) e tacchi 12... assolutamente splendida e pronta per una nuova vita ancora lunga.
Attraversa la strada e... viene tirata sotto da un tir!
Si ritrova davanti a Dio: "Scusa, ma non mi avevi detto che avevo ancora oltre 20 anni di vita?".
"Cazzo, non ti avevo riconosciuta!".

penso che farsi rubare il cuore assomigli a farsi baciare senza ricordare che l'ultima volta che ti sei lavato i denti era circa sedici ore prima. 
oppure, anche, quando pensi solo a toglierti tutto quello che hai addosso, freneticamente, senza considerare che hai su i calzini da sedici ore e che per sedici ore ci hai camminato dentro.
secondo me non esiste il colpo di fulmine immediato, di quelli da nanosecondo, e neppure i fulmini sulla lunga distanza: ora che s'è liberato dalle nuvole, ci mette circa sedici ore ad arrivare a terra, trovare il cuore da colpire e fare zot.
probabilmente il cuore pesa sedici grammi, ed è programmato per vivere sedici ore.
allo scadere di quelle sedici ore, si polverizza, pouff, diventa un sottile pulviscolo che una folata di vento sposta, una termica innalza, un'ascensionale fa salire, finché non incontra di nuovo cirri, nembi e cumuli.

And it's only the giving
that makes you what you are.

 

 

piccolo pistolotto prima di partire:

è mia FERMA convinzione che i fomentatori della manifestazione romana (idiota già di suo, al pari della milanese, perché io credo fermamente nel diritto sia di Israele che della Palestina di avere il proprio stato e che con la cultura si crei la civiltà, quindi mandando i bambini a scuola e non a sparacchiare per aria ai funerali)

dicevo, è mia FERMA convinzione che i fomentatori fossero al soldo della destra per piantare su casino, al pari di Genova anni fa.
Chiarita questa mia posizione che dovrebbe essere di lucida analisi ma a quanto pare fa più fico dare giù a Israele con le all star ai piedi e l'iPod all'orecchia, voglio porre in chiaro un problema: noi antifascisti.

Flound ripropone questa frase in chiave ironica e ho sorriso (non sono io razzista, sono loro i negri), supportata dalla faccina che fa l'occhiolino. Flound, sia chiaro, non ti sto attaccando: io da anni considero le persone fasciste esseri di una povertà culturale sconcertante e di inutilità sociale, buone solo per il concime, incapaci di comprendere che son meno di chiunque altro essi attacchino, in primis le persone di orientamento sessuale non etero (come se credessero che tutti i gay vivano solo per metterlo in culo a loro).
Dicevo, definire Antifascista.
Purtroppo o grazie a dio noi non possiamo essere Antifascisti o Fascisti per il puro e semplice rispetto da portare a chi antifascista lo è stato sulla propria pelle, pagando lo scotto per una tessera imposta per lavorare o la vita in montagna per sfuggire al confino per un libro scritto non secondo i canoni imposti.
Sarebbe bello non dover mai più parlare di fascismo o antifascismo (grazie a uno zot divino che nel frattempo ha bruciato chi crede in una giacchetta nera e pensa che il male della società sia una coppia di lesbiche che si sposa, salvo poi smanettare sui siti porno proprio per vedere due lesbiche fare fisting) portando rispetto per le parole: fosse anche la più piccola delle sedi ANPI a cui dobbiamo dire grazie se oggi possiamo smanettare in cerca delle due lesbiche di cui sopra.
Perché se c'era ancora quello là i treni arrivavano magari in orario ma magari anche finivamo al confino per aver letto il libro sbagliato.
Ci pensino un po' su i vari simpaticoni che professano pulizia morale e tengono i libri di Pavese sugli scaffali.

Riporto una bellissima lettera ricevuta poco fa, con i dovuti omissis:

La maestra ci ha detto "non litigate con gli altri bambini" e allora io faccio la brava e me ne sto zitta. è da ieri però che mi rode il fegato. e tanto.
[cut] noi antifascisti siamo tollerantissimi con chi non la pensa come noi. "[cut]
Don Luisito Bianchi ha scritto il romanzo più bello sulla resistenza (La messa dell'uomo disarmato); io l'ho conosciuto alla presentazione del libro. A quasi 80 anni si fa trascinare in giro per mezza Italia solo perché non rinuncia alle occasioni dove parlare di resistenza. Possibilmente ai giovani. [cut]
Sarebbe come fare la bambina indispettita se aggiungessi che ho creato e gestisco un sito dell'Anpi. Ma questo c'entra davvero poco.
Quando trovo qualcuno (di qualsiasi età) che comincia con "noi antifascisti" non includendo ma "ad escludendum", a me viene una grande tristezza. Perché questi sono tempi - solo diversamente ma non meno - di Resistenza. Tra la generazione dei resistenti (in montagna o in città) e "i ragazzi che sbagliano" sembra si sia creato un vuoto di parecchie generazioni. Compresa la generazione mia. Ed è odioso (irresponsabile, dannoso...) il coro "cento mille Nassirya" - in montagna il più delle volte si aveva rispetto del soldato-uomo-nemico caduto - ma il radicalismo contro uno strapotere ha radici salde in quel tiepidino dissenso guidato da calcoli di posizionamento tutto interno a "casa nostra" (camere, tavoli da pranzo, sedie e poltrone comprese) che - dio lo voglia - non fa parte del modo di sentire dei "ragazzi".
Io ascolto le mie ragazze; la grande a volte la chiamo "la piccola mengele". Dice cose terribili. Ha un terribile bisogno di giustizia e di regole che traduce in "futuro anche per me". Colloquiare con lei è una fatica terribile. Non capisce i verbi utili ai "giochi" della politica. Tanto meno gli avverbi dei "giochini".
Non sto qui ad invocare sconti per le idiozie. Solo per dirti che quel "noi antifascisti" mi ha fatto venire un brivido lungo la schiena. I nomi propri - e a volte anche i pronomi personali - dovrebbero conservare il loro peso, anche in questa lingua meticcia così poco comprensibile, pare, a tutte le età.
La lettera non prende di mira una persona in particolare, non te, Flound; la lettera dice una cosa semplice e chiara: le parole sono importanti. Siamo eredi dell'antifascismo e per rispettarlo, rispettare chi contro il fascismo ci ha lasciato la pelle, non dobbiamo più dividerci in fascisti e anti.
Dobbiamo dividerci in persone civili e non-civili, al massimo, e far comprendere col dialogo chi, non-civile, il dialogo non lo sa usare.
di Francesco Costa · Categoria: Attualità, Politica, Società · ore 11:07


Ieri a Roma ha sfilato quel che di più fetido e marcio può mai riconoscersi nella sinistra.
Il peggio del peggio, il fango, la feccia: sub-umani fascisti e antidemocratici ubriachi di violenza e intolleranza che rappresentano un tumore per il paese e per la sinistra. Rivoluzionari falliti colmi di contraddizioni, convinti di cambiare il mondo preservando lo status quo e urlando cretinaggini in piazza; vigliacchi insani di mente che ad ogni tre per due si permettono pure di dire al governo cosa ha sbagliato, cosa non deve fare, cosa non deve toccare.
Mai più al governo con chi asseconda simili manifestazioni di idiozia pur di accaparrarsi i voti di queste incrostazioni.
Altro che "compagni che sbagliano". Questa gente non è di sinistra. Questi fascisti con la sinistra non c'entrano nulla. Mi rivolgo a tutte le persone che si riconoscono in una qualsiasi delle tante anime del centrosinistra italiano, visto che mi sembra che parole di forte condanna siano arrivate anche da diversi illustri esponenti della sinistra radicale. Sarebbe bene, una volta per tutte, evitare equivoche e imbarazzanti equidistanze e dirlo forte e chiaro: gli idioti di Roma non mi rappresentano.

"da "MANDAMI A DIRE"

(PINO ROVEREDO)

 

In questo pomeriggio grigio di fiammiferi spenti e portacenere pieni, penso a lei.

Lo faccio con un ripasso rassegnato: fino a duecento sigarette fa, mi distruggevo e torturavo con fiumi di fumo, quasi a un passo dallo scoppio dell’infarto, ma adesso se Dio vuole è finalmente passata, ora che ho esaurito quel tormento esercito solo l’aspirazione lenta e il pensiero piatto, quello che gira, gira, gira ancora, senza muoversi un passo.

Sprofondato sul divano che stringe così bene la voglia di non alzarsi, mi perdo con lo sguardo dentro la nebbia che io stesso ho avuto la pazienza di creare, a malapena intravedo le pareti, e più lontano riconosco una finestra: è chiusa. Dopo tanto tempo, mi torna la curiosità – Ma lì fuori vivono ancora ?

Che io ricordi, una volta sì. Vivevo io, viveva lei, e dietro di noi vivevano le piogge sopra la passeggiata e la gioia del sole pronta ad asciugarci. Viveva il mio cuore, e intorno a noi c’era sempre un concerto di battiti ad accompagnarci. Viveva la fretta del mattino e la quiete della sera, dentro ci vivevano miliardi di aliti con la voglia di fiato, aliti di voce con l’urgenza assoluta di recitarsi il cuore. Sì, vivevano un po’ tutti, buoni e cattivi. Intorno alle rime d’amore c’era anche la tosse nera per i camini con il fumo scuro, la nevrosi della puntualità a ogni costo e l’esercizio egoista del tornaconto, sotto i piedi girava la paura viva dei topi. Sì, c’era vita per tutti, indistintamente.

Solo i giorni morivano a mezzanotte in punto, ma non c’era neanche il tempo per piangerli che venivano sostituiti. Ieri era uno stimolo e Domani un’ansia, Oggi una gioia con tanta fretta di viversi. Adesso è diverso, gli stati d’animo sono stanchi come bandiere bianche, adesso da troppo tempo a questa parte qui dentro è sempre lo stesso giorno. Passato e futuro sovrastano gli umori, si sono mescolati con il niente, così che oggi può essere benissimo l’inizio di ieri o gli ultimi istanti di domani: tutto questo  tempo è incapace di inventarsi anche una sola scheggia d’emozione.

Maledizione al ricordo che non posso rivivere, perché è troppo lontano, lontano più dell’impossibile, solo lui potrebbe testimoniare che una volta non era così. A quel tempo fumavo amore senza brontolare tosse, e i portacenere erano sempre vuoti. Anche se le mie ore erano un continuo accendere nessuno aveva voglia di spegnere, anzi. Allora ci amavamo fino a bruciarci i mozziconi. Potevo vantarmi dei miei posacenere vuoti, perché chi lo trovava il tempo di fumare ? Con lei mi scordavo persino di portare rispetto alla decenza del respiro, per lei un fiato sì.. e dieci no.

Altri tempi, quella era la stagione data in affido all’emozione, e le tirate d’amore si sprecavano. Gusti forti e gusti dolci, mai niente di scadente, mai neanche un filo di tabacco da sputare per il disturbo. In quell’intreccio di fumo e fuoco, tutto poteva accadere senza procurarmi il minimo fastidio, io me ne stavo ben protetto dentro il mio recinto insormontabile dell’amore, per me l’unica cosa che succedeva era lei.

Lei, che era diventata un tormento: non per me, s’intende, solo per gli altri. Si era costituito un esercito di sciocchi invidiosi che, come tanti intriganti incalliti e pensatori senza filtro, erano sempre pronti a seguirmi e tormentarmi per rammentarmi che “ Attento quella ti ruba la salute, quella ti fuma lentamente spargendoti qua e là, e quando ti avrà consumato ti costringerà e terra e con la punta della scarpa ti spegnerà, schiacciandoti.”

Avevano ragione, e come se avevano ragione, la stessa che hanno le menti lucide che non si imbrogliano con l’amore però.. A me resta il piacere di essere stato fumato, e per loro soltanto la rabbia di non essere mai stati neanche accesi.

Ora sono qui, schiacciato come l’ultimo mozzicone, perso dentro il consueto di un viaggio nella mente, andata e ritorno, ritorno e andata, su e giù nello stesso pensiero.

Penso a lei e alle sue labbra giganti, ai suoi polmoni ingordi che senza sosta accendono e spengono, a lei, che continua a stringersi gli uomini tutti dentro un pacchetto e appena ne sente la voglia li fa uscire con due tocchi leggeri delle dita. Uomini alti, forti, eleganti, svegliati con il fuoco e immediatamente consumati. A piacere esaudito, eccoli lì, a terra: buttati via come inutili rifiuti.

Quanti, chissà quanti ora saranno come me, con le figure stanche piegati a sedia a riempire  i portacenere che lei ha abbandonato, mentre sperano di distinguere nella nebbia una finestra aperta e fuori un giorno che gira, pronti poi a commerciare tutta l’attesa per la toccata di un ritorno. Un piccolo ritorno, giusto il tempo per non morire soffocati, a provare a salvarsi.. a salvarsi con una boccata d’amore.

Qualunque femmina dotata di un minimo senso di brìc à brac saprà di cosa parlo: quel senso accogliente e arruffone e casalingo che si respira in un posto in cui un oggetto sta tot tempo, a cui poi si aggiunge un altro oggetto che staziona lì fino all'autodistruzione, un altro ancora e così via.
Un eventuale sensazione di rigattiere viene sostituito dalla perfetta percezione delle cose che stan lì, devono stare lì, non debbono essere mosse di lì.

La mia cucina è così.

Era.

Il poster di Caro Diario con tutti i barattolini di latta bianca e blu sulla mensola di fianco all'altra mensola con tutte le bottiglie da laboratorio chimico dei primi del '900 di fianco alle bottiglie di rhum e single malt rari in Italia di fianco alla mensola con su tutti i libri di cucina sopra alla mensola con i barattolini decorati a decoupage con dentro le spezie di fronte al frigorifero blu della uìrpuul con su le calamite di fianco alla lavagna magnetica con altrettanti magneti a tener su cartoline e bigliettini e foto vicino ai piatti di ceramica della trisnonna che guardano la sfilza di bollitori per il the sopra i pensili della cucina dove ci sta l'affettatrice, la caffettiera elettrica e due contenitori pieni di spezie e carabattole.

Tutto distrutto.

Tutto spostato.

Sono una donna finita, non ho più motivo per stare al mondo.

(ma mi son ripresa velocemente quando le ho detto "fai attenzione ad usare il folletto vuòrvuèrch perché è costato duemilioniemezzodivecchielire non è come l'aspirapolvere che tu ogni anno rompi e cambi".
Ora sta spolverando i pavimenti a mano con gli svuìffer. Forse son stata un po' troppo dura. Ma cazzo, duemilioniemezzodivecchielire di folletto vuòrvuèrch non potevo rischiarli)

È apparso nel mondo blog un appello perché ci si mobiliti a diventare donatori Admo:

 "Il peggior peccato contro i nostri simili non è l'odio, ma l'indifferenza: questa è l'essenza della disumanità." G.B. Show


L'appello è sicuramente serio: non vi sarebbero riferimenti telefonici se non fosse altrimenti. Inoltre non chiedono soldi ma coscienza. 
Però io i riferimenti personali li tolgo: perché donare noi stessi deve essere fatto per tutti e non per un singolo. Per ogni donna alessandrina malata di tumore ci sono migliaia di persone che non hanno la possibilità tecnica oppure lo spirito di far circolare appelli.

Inoltre il pericolo bufala è sempre in agguato, con il risultato che si creda sempre meno nelle azioni mosse da pietismo verso il singolo: per esempio io non verserò mai più un centesimo via sms per nessuna tragedia o catastrofe. Per me i cassoni dei vestiti caritas possono arrugginire vuoti. Troppe persone si approfittano della generosità altrui: quando ho un po' di roba io vado in parrocchia direttamente, dal parroco che sa a chi e come destinare. Al canile i sacchi di cibo e l'assegno ce li porto io: non delego chissà chi o chissà cosa. Il cinque per mille io non lo destino a nessuno: l'importo lo consegno a mano a chi so che lo utilizzerà bene e non è un'associazione bocciofila creata all'ultimo per lucrare.

Ma io sono io: non significa che quel che faccio io lo debba fare il resto del mondo. Certo, l'sms è comodo, il cassone della caritas è proprio di fianco alla nostra auto parcheggiata: un sacchetto e via, la nostra buona azione è stata fatta, il resto non è più affar nostro. L'importante è non vedere la prima cernita da quei cassoni: con la roba brutta buttata via nella spazzatura, la roba bella messa da parte nella cabina di guida dei volontari e la roba di media qualità sul camion per il centro di raccolta.

Ognuno fa quel che può. Ma non è giusto che il nostro "può" venga disperso: non è giusto per noi e non è giusto per chi dovrebbe ricevere l'aiuto.
Ricordatevi sempre che sdoganare un container di riso in un qualunque stato africano costa di più del valore stesso del riso, container compreso. E che i soldi per le armi li trovano, per sdoganare il cibo e i medicinali no: quindi non fate offerte random ma affidate il vostro contributo all'associazione vera e propria che gestisce tra miliardi di problemi l'ospedale costruito a fatica in mezzo al deserto.

La prossima volta che siete in giro a passeggiare in città, fate un salto in ospedale. Proponetevi per diventare donatori: per l'avis avrete in contropartita un check-up del sangue COMPLETO e gratuito ogni anno. Per l'admo, se vogliamo proprio essere egoisticamente preoccupati, la possibilità che ci chiamino è talmente bassa che faremo a tempo di dimenticarci di essere iscritti.
Se abbiamo coperte vecchie o vestiti che non usiamo più andiamo ai dormitori pubblici oppure alle parrocchie: state certi che se rifiutano la roba che portiamo è solo perché non era il caso di donare il costume da bagno.
Ai ragazzi pescati da mercenari che ci offrono la spilletta per la lotta all'aids rispondiamo con un preservativo regalato ai ragazzi giovani delle nostre famiglie e della sana informazione.
Agli appelli televisivi e via internet rispondiamo sempre con l'estrema sicurezza che sia tutto vero e che chi riceverà i soldi sarà il vero destinatario.
Agli sms delle maratone televisive rispondiamo andando ai centri tumorali e dicendo: signori, voglio contribuire con i miei soldi, datemi il bollettino. Ma dimostratemi che i miei soldi andranno veramente alla ricerca e non agli stipendi miliardari dei luminari.

Ma io vorrei porre l'accento sull'intierezza dell'appello: diventare donatori admo non vi porta via più tempo che andare in giro un sabato mattina in giro per un centro commerciale.

E domani potrebbe toccare a noi.

 

 Admo.it
L'Associazione Donatori Midollo Osseo (ADMO) ha come scopo principale quello di informare la popolazione italiana sulla possibilità di combattere la leucemia e altre neoplasie del sangue attraverso la donazione e il trapianto di midollo osseo. Sono molte le persone che ogni anno in Italia necessitano di trapianto, ma purtroppo la compatibilità genetica è un fattore molto raro, e ha maggiori probabilità di esistere tra consanguinei. Per coloro che non hanno un donatore consanguineo la speranza di trovare un midollo compatibile per il trapianto è dunque legata all'esistenza del maggior numero possibile di donatori volontari tipizzati, dei quali cioè sono già note le caratteristiche genetiche, registrate in una banca dati.

 

 
Potrete trovare spiegazioni più dettagliate al riguardo sul sito www.admo.it, o telefonando all’ADMO Regione Piemonte al numero 0121-315.666 e, per il resto d’Italia, ad ADMO Federazione Italiana 02-39000855.
"L’unico modo di conoscere davvero i problemi è accostarsi a quanti vivono quei problemi e trarre da essi, da quello scambio, le conclusioni."
Ernesto Che Guevara
L'appello è riferito alla malattia di una signora alessandrina con un destino terrificante: tumore al midollo osseo.