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Rainbow Arch

Quando tua madre ti telefona isterica urlando "domanimattinafacciolevaligieemiseparoevengolìdate" e tu puoi solo bere l'idraulico liquido per aperitivo.

Sto organizzando la mia dipartita: come il vecchio di Hyperion, scrivo su carta riciclata e attendo il pffffffft del gas tossico.
Ho raschiato eccessivamente il barile, in questi giorni: va bene che si debba toccare il fondo, per risalire, ma qua sto lasciando le unghie fino alla lunetta bianca.
-annotarsi la pavloviana salivazione alla sola descrizione delle unghie, si sovrappongono immagini spaventose, unghie sull'intonaco, un gesso stridente sulla lavagna e no, mioddìo, no! i rebbi della forchetta che scrighiolano sul piatto- e d'accordo che non utilizzo smalto ma almeno una parvenza di femminilità.
-annotarsi di ringraziare Franco, barista di via Monginevro, tra negozio La Pulce e Colorificio Cavallo, per aver esclamato alla vista delle mie unghie diciottenni colorate di arancio "tu non hai mani da pittare": ne consegue che ho messo lo smalto forse due volte in seguito e solo per la goduria di sfaldarlo con in denti poche ore dopo-
Riprendiamo il discorso.
Sto facendo le iconcine con le vostre facce. Tipo coriandolini, yuppi-du yuppi-du. Per fare le vostre facce devo scavare, devo cercare, andare a rivangare, utilizzare google immagini: vengono a galla facce belle, facce lontane, facce ma questo chi cazz'era, facce che pugnalano, facce con frasi storiche a didascalia.
Quando scopro l'ennesima frase che credevo solo per me o almeno solo sua ed invece veniva da altrove da altri mondi, ecco, è la teoria del gatto spiaccicato, inizio a tremare, inizio a dire ma ecco e continuo a fissare quella poltiglia pelosa e chiedo perché.
-annotarsi di non spiaccicare gatti, annotarsi di non innamorarsi, annotarsi di disintossicarsi da google-
Dicevamo.
Me ne vado. Non oggi, nah. Prima devo finire i coriandolini. Forse domani, o dopodomani, tutto dipende da quanto piove, perché devo lavare le tende e i tappeti e siccome piove non potrebbero asciugare e quindi posso permettermi di stare con la tutina cogli orsetti a guardare la tv e fare i coriandolini con le vostre facce.
-annotarsi di comperare un pigiama invernale sexy e considerare che non si può fare kim basinger solo d'estate-

I film ( i Chianti) a casa di Robi
 
Ah, niente, sabato sera l’ho passato a casa di Robi, ci siamo guardati non uno ma ben due film in DVD, di Woody Allen, tra l’altro.
Vabbè, la scusa comunque era scolarci la solita bottiglia di Chianti e mangiarci un fracco di tartine, comunque i film mi hanno fatto scassare dal ridere, lo so che a te Woody Allen non entusiasma e ti fa anche un po’ cagare, si vede che a me piacciono le battute scontate e le gag idiote e assurde.
Ah, lui (Robi) è un grande fan di Kevin Smith, e lo sai che da un paio di mesi è uscito in Italia Klerks 2? Me lo ha detto lui (Robi), speriamo che lo diano al multisala di Crema che ce lo andiamo a vedere, ma dubitiamo, comunque si è illuminato appena gli ho detto che gli presterò un fumetto di Devil sceneggiato da Kevin Smith.
Sì lo so, sto scrivendo a caso, è che sono appena tornato da casa di Robi… è il Chianti.
Finiti i film (due in una sera e uno dietro l’altro! Per un mese a film sono a posto) mi ha accompagnato al cancello, appena ho messo piede in cortile ho sentito croc sotto il piede, avevo pestato una lumaca, povera!
Poi ancora croc e crac perchè era pieno di lumache e io non le vedevo, e Robi neanche, e dopo aver compiuto il chiocciolicidio sono salito in bici per tornare a casa, ma non trovavo i pedali, mi sono messo in equilibrio ma non avevo i piedi sui pedali e non li trovavo e sono caduto, vabbè.
Ma stavo parlando al presente, all’infinito o al passato remoto?
Ah, no, stavo scrivendo.
Poi sono andato verso casa ma ho sbagliato casa, invece che andare alla mia di casa sono andato a quella vecchia, quella dei miei genitori di quando stavo ancora con loro, ma meno male che me ne sono accorto proprio un attimo prima di entrare dal cancello posteriore, se no pensa che figura di merda.
Sono tornato alla mia di casa, la mia, che cercavo ancora i pedali della bici, è che girano, non stanno mai fermi e se ne vanno per i fatti loro, comunque arrivato a casa era tardi e ho incontrato la coppietta che abita sotto di me, mi hanno sorriso contenti che io sia uscito e mi sia svagato un po’, e mi hanno chiesto come era andata la serata e se mi ero divertito, ho risposto bluuooorghh coff coff burp! Cioè ho vomitato sul loro pianerottolo.
Mi sa che domani mattina dovrò fare le pulizie condominiali.

Io ed Erik camminiamo dinoccolati lungo via Po.
Siamo fighi, siamo splendenti, le donne ci cadono ai piedi.
Ogni tanto abbasso gli occhiali da sole e accavallo le sopracciglia e le ragazze ridacchiano, arrossiscono, si bisbigliano.

Ho conosciuto Erik sui banchi di scuola, al ginnasio. Due sguardi il primo giorno e tacita decisione di allearci invece di combatterci, da allora il pollaio è stato spennato con metodica pazienza. Non ce ne siamo fatte sfuggire una che fosse una. Anche le poco carine, ogni tanto, giusto per darci un'idea di teneri e gentili.

Forse l'ha vista per primo Erik, non mi ricordo. So solo che era bella, bellissima, incredibile. Due gambe che, cazzo, non riesco a descriverle, neanche il sedere e cazzo, il seno, esplodeva sotto quel viso di madonna puttana.
Ho sentito più che vedere Erik che camminava svelto verso di lei per raggiungerla. Io d'istinto ho adottato la strategia del rimango in ombra che mi fa più intrigante. Ho infilato le mani in tasca dei jeans, ho sorriso incerto mentre il mio socio si scervellava per un approccio.

Ci ha fregati sorridendoci. Lei. Ha. Sorriso. A. Me.
Erik forse s'è illuso che sorridesse a lui. Col cazzo, ero io riflesso nelle sue pupille. Se ci ha presi sottobraccio entrambi è stato solo perché era intelligente non voleva inviperire nessuno.

Abbiamo camminato fino a piazza Vittorio, a un portone subito dopo il bar Elena. La vecchia dietro il bancone lurido ha quasi avuto pena di noi, ora lo so.

No, non mi ricordo cosa sia successo, poi.
Siamo saliti tutti e due su in casa sua, non potevamo rifiutare il suo invito.
Ci siamo svegliati che bussavano forte alla porta, eravamo io seduto su una poltrona ed Erik stravaccato sul divano, eravamo coi vestiti stazzonati, io senza una scarpa. Lei non c'era.

Erik s'è trascinato alla porta, ha aperto. Erano carabinieri, ci hanno travolti come un fiume: dalle tasche delle nostre giacche e pantaloni sbucavano bustine di roba bianca come se fossero stati funghi.

Nel carcere di Alessandria sono riuscito ad avere un po' di informazioni, pian piano negli anni.
Era un corriere. Era stata venduta, bruciata e le serviva qualcuno a cui addossare le indagini per avere il tempo di tornare in Venezuela. Mi han detto molti nomi, non so come si chiamasse sul serio. Ho perso l'interesse a darle un'identità umana quando ho saputo che Erik s'è eliminato nel carcere a Padova, per la vergogna di aver perso una carriera come avvocato, per la sua famiglia che non gli ha creduto. Del resto neanche noi ci credevamo di avere quasi due chilogrammi di coca addosso.

Sono uscito due mesi fa. Sono tornato qui, a Torino.
Continuo a fare le vasche in centro, ma via Po rimane la mia preferita. Sono più generosi nel farmi l'elemosina, più che in via Roma.

http://64.233.183.104/search?q=cache:Wv217Al6IYYJ:sifossifoco.splinder.com/+sifossifoco+splinder&hl=it&gl=it&ct=clnk&cd=1

Questione di correttezza, questione di aver sentito solo una campana e non due, non tre, questione che si è adulti per sapersi difendere da soli.
Da parte mia un po' di triste sdegno e la decisione che il tempo sarà il migliore arbitro.
C'era una dedica, è vero. Rimane, perché è per una persona che, per quel poco che conosco, è sempre stata buona e gentile. Ma c'è un limite che si chiama giudizio. Il mio non posso esprimerlo perché non è necessario e soprattutto è inficiato dalla mancanza di contradittorio.

Sposto lo sguardo a destra, poi a sinistra.
Il mio corpo è immobile.
Non sento nulla.
Non provo niente.
Fino a qualche tempo fa avevo ancora una certa sensibilità ai ginocchi, poi, lentamente, è scomparsa ogni sensazione.
Tiro un sospiro, almeno credo poiché vedo la cassa toracica alzarsi ed abbassarsi ma non sento l'aria entrare nella gola, scivolare verso i polmoni e ritornare verso le narici.
Niente di nulla.
Mi hai contagiato al nostro secondo incontro, quando ti ho chiesto di salire in casa e tu mi hai risposto di no aggiungendo che non era il caso di vedersi di nuovo.
Il vettore è stato il bacio falso e distratto sulla guancia, più spostato verso l'orecchio che le mie labbra.
La malattia ha iniziato a mangiarmi vivo, togliendomi la voglia di vivere.
Parlavano di Ebola, parlavano di aids, parlavano di influenza dei polli, parlavano di crack finanziari.
Illusi.
Il virus che ci ucciderà è quello dell'innamorato respinto.

image @ plan.59

Inforco la vespa, mi immetto nel traffico.

È un mischio, sopra la mia testa muri puliti e lisci, con le colature della pioggia sotto i davanzali di travertino, subito prima una gorgone, subito dopo una targa di un papa o un cardinale o anche di una guardia del corpo che chiede a un usciere una sigaretta.
I sanpietrini fan ballare le sospensioni, mentre mi districo tra le auto che corrono una addosso all'altra: una buca, il casco non allacciato mi scivola all'indietro, i miei capelli sfiorano un tram.

Preti, colonnati, fontane, finestre con grate di tondelli di ferro spessi come la mia mano, bandiere, sgombero cantine.
Al semaforo ragazze attraversano sulle strisce pedonali: son grassocce, le donne, qui. Se non sono grasse son magroline, ma sempre con un'aria trucida, con una eleganza persa, rincorsa e mai raggiunta. Ho visto donne più belle e che assomigliavano meno al supplì che ho in un sacchetto di carta nello zaino.

Al verde, parto.

Un portone, un altro, bandiere, poliziotti, che cos'è qui, chiedo al celerino annoiato: è il palazzo del governo, mi risponde battendosi il manganello sul palmo della mano.

Sgommo via.

Le tombe nei pavimenti delle chiese, le lapidi con i fiori secchi, le auto parcheggiate in via Caetani, non son R4, niente è transennato. I gatti sui sassi rotti, le scale sporche a scendere nelle stazioni metro, i centurioni a cinque euro la fotografia.

Freno. Parto.

Finestre alte che si lanciano verso il cielo, giro a destra, giro a sinistra, balconi, una colonna romana con su lo stemma papale con sul basamento un fascio littorio con scritto a pennarello Ciccia Ti Amo, questa città è una gigantesca pizza bianca farcita di prosciutto e formaggio.

Le fontane e gli obelischi sono impacchettati, lo sguardo incazzato di teologi mandati al rogo e poi scale e scalinate e gradinate e sacchi di spazzatura di fianco all'ingresso di licei ginnasi, camerieri mi mettono addosso menù completi di stornelli: apro il gas, fuggo via, su un ponte, fingo di essere sulla Senna, per un momento ci credo.
Da un'auto qualcuno urla.