Fabbrico polpacci.
Sono addetto all'inserimento peli.
Questa settimana abbiamo un ordinativo di peli biondi, con la specifica di lasciare una zona pulita poco sopra lo sfregamento da pantalone e calzino.
La scorsa settimana invece c'è stata una produzione speciale, peli rossi su cute lentigginosa.
Un disastro resistere alla tentazione di inserire il bulbo pilifero proprio al centro della macchiolina.

A me va abbastanza bene, poche distrazioni, molto tempo per pensare. Ho rifiutato di andare al settore Pelvi, non volevo perdere la gioia di scoprire il corpo altrui. Anche se il problema non si pone, non ho rapporti sessuali da circa diciotto anni e l'ultima volta fu in macchina, pioveva, i finestrini si appannarono e mi sbagliai a darle i soldi. Quando lei con un'occhiata scoprì che c'era una mancia di ventimila lire mi appellò "Amore" con dolcezza inusuale.

Ieri sera in tv trasmettevano per l'ennesima volta Pretty Woman.
La Roberts è appannaggio della tv statale, mentre Ghost di quella commerciale.
Dirty Dancing invece se lo cagano di striscio entrambe, qualche volta al sabato per le ragazzine che vogliono diventare come la Cuccarini. Credo. È ancora viva la Cuccarini?
Che belle gambe che aveva. Di faccia no, non mi piaceva, anonima, slavata pure un poco stronza. Di quelle che le guardi una volta e ti dici: questa vuole fregarmi. Ma le gambe. Ieri sera mi son perso, dicevo, dietro le gambe della Roberts. Così lunghe, perfette, con il tendine sopra il tallone così netto, preciso, uno scudiscio. Ero in estasi.

In reparto il riscaldamento è alto. È necessario perché i pori si dilatino e l'inserimento del pelo sia veloce e preciso. Se inseriamo male il bulbo poi potrebbe incancrenirsi e dare dei problemi. Ricordo ancora un polpaccio che tornò indietro, qualche anno fa: con un bubbone gigante e un melanoma impazzito che ormai aveva intaccato tutto. Il direttore ce lo fece spruzzare di formaldeide e inchiodare alla parete sopra la timbra cartellini, come monito.

Il mio caporeparto è una donna, molto brava. Sa comportarsi bene coi colleghi, non è stronza. Ha delle gambe orrende, con dei buchi di cellulite che paiono la trapuntatura di una poltrona. L'ho vista una volta che sedendosi ha scostato i lembi del camice: sotto era nuda, o quasi, con solo biancheria intima. Del resto qua fa caldo, molto caldo.
Ma anche se ha le gambe brutte è in gamba, scusate lo sgambetto fonetico.

Apro una nuova scatola di peli e avvio il trasportatore di arti per un nuovo lotto.
Mi ricordo all'improvviso di non aver scongelato nulla per mangiare stasera.
Pazienza, passerò in rosticceria e mi prenderò qualcosa di pronto.
Stinco al forno o cosciotto alle erbe, mi faccio la battuta e inizio a ridacchiare da solo.

 

mettiamo il modem wireless!

ma...

il router!

ma...

è facilissimo! disinstalli questo,questo e quello!

ma....

è semplicissimo!

Torno da lei e la rapisco.
Ve la porto via, la tratterrò il tempo necessario perché sviluppi la sindrome di stoccolma, mi offra metà del suo cibo e sollevi il bacino inconsciamente.
Ve la porto via e voi non potrete farci nulla.

L'ho conosciuta al curvone di Diano Marina, parcheggiando la mia vespa verde.
Le ho regalato un gufo di legno, che lei ha subito battezzato Nanni.
Le ho insegnato a guidare la vespa, ma era troppo pesante. È piccolina, lei, non ce la fa a reggere pesi eccessivi. Ha cozzato contro un bidone della spazzatura.

Mi son rifiutato di farle guidare la mia volvo 480 bianca.

Siamo andati in vacanza a Bellagio. A Grosseto. A Cogoleto. Abbiamo girato molto poco.

Le ho fatto scoprire cantanti e libri.
Non ho fatto in tempo a spiegarle il perché di un pacco postale con dentro delle lenzuola.

Non ho fatto a tempo per molte cose.

L'ho rivista un giorno che compravo brownies al cioccolato, dalla vetrina della pasticceria. Lei camminava veloce, ha un'andatura militaresca, maschile, poco aggraziata. L'ho rincorsa per strada con la bocca sporca di cioccolato, i miei denti erano marroni.

Ora la riprendo.

Faccio l'avvocato, son stato in polizia.
Ho appena acquistato casa, da solo: la mia ultima fidanzata mi ha sbattuto fuori, la precedente non ne voleva sapere di mangiare minestra riscaldata.

La riprendo. Stasera saremo su una panchina di corso Moncalieri con in mano una birra.
Tenteremo di dire "metereologo".

Tetano!
Tu hai il tetano!

Con questo urlo rincorriamo le ragazze delle altre classi, io e i miei compagni.
Sono l'unica femmina, voglio che questo status rimanga.

Tetano! Tu hai il te-ta-no!

Scandire bene le sillabe e toccare la spalla del malcapitato che, vittima tetanica, subirà l'ostracismo da parte dell'umanità intera. Non sappiamo cosa significhi nè ostracismo nè umanitàintera ma inseguiamo lo stesso i preadolescenti nel cortile.

Vedo il balcone dell'alloggio dove abita mia madre.
Credo che sia quello. Scoprirò anni dopo che invece no, non era quello, ma al momento sorveglio la scopa e l'armadietto di ferro contro uno dei muri.

Te-ta-no!

Muori.

 


Fa caldo. Mi sveglio e tu dormi ancora, alla mia destra, nuda. Le lenzuola sono per terra. Hai una punta di saliva quasi solidificata nell’angolo sinistro della bocca. Sei immobile. Sono stanco, non ho voglia di alzarmi, non ho voglia che ti svegli. Dovresti restare così. Almeno fino a quando io troverò le forze per alzarmi e per capire cosa fare. Per sistemare la mia roba nella borsa e per partire. E per darmi un po’ di vantaggio prima di telefonarmi. Il tempo che io abbia mandato qualche sms e spento il cellulare. Prima di andare in un negozio e comprare una nuova sim. Una nuova sim con un nuovo numero di telefono, che servirà solo per chiamare. Rigorosamente anonimo. Non voglio che nessuno mi chiami mai più. Non voglio più sentire la suoneria, non voglio più ascoltare nessun campanello, nessun citofono. Silenzio. Non voglio più ascoltare la gente che parla al mercato. Vorrei vivere a casa, ordinare il cibo con internet. Pagare con carta di credito per non dover dare i soldi al fattorino e invece fargli lasciare il pacco sul pianerottolo. Aspettare che se ne vada e poi andare a prenderlo. La gente mi fa schifo tutta. Mi fai schifo tu che dormi nuda con quel pezzo di saliva solidificato, ormai, nell’angolo della bocca. Sei tutta lì, tu, in quel pezzo di bocca. Così bisognosa che qualcuno ti pulisca. Pronta a dare tutto per un fazzoletto.

 

-         Ciao.

-         Oi, buongiorno, dormito bene?

-         Benissimo amore, e tu?

-         Bene, bene.

-         Vieni qua, dammi un bacio.

 

Un bacio. Un ba-cio in mezzo a quel pezzo di saliva solidificato. Eccoti il bacio, amore liquido, incollati a me.

 

-         Cosa facciamo oggi?

-         Boh, non ne ho mica idea io, tu?

-         Non so, potremmo andare alla mostra di Klimt.

-         Sì, non fosse che io odio Klimt sarebbe una buona idea, in effetti.

-         Come odi Klimt, amore? Ne avevamo parlato e mi avevi detto che lo amavi anche tu.

-         Ma no, non è vero affatto.

-         Ma che stronzo, ricordo benissimo, bugiardo che non sei altro.

-         Ma no, davvero, è impossibile, a me Klimt fa davvero schifo, ti assicuro.

-         Io ti picchio. Guarda che mi ricordo benissimo, dicevi che lo amavi, era una delle nostre prime conversazioni, io ti avevo detto quanto mi piaceva.

-         Hm, mi sembra davvero strano.

-         Ma che strano e strano, bugiardo, lo avevi detto.

-         Magari ti confondi, avevi detto Ernst o Klee.

-         Ma che stronzo.

-         Va be’, se vuoi andiamo alla mostra, dai.

-         Ma no, cretino, se non ti piace che ci andiamo a fare?

-         Non so, tu guardi il geniale Klimt e io guardo il tuo culo?

 

Me la sono cercata. Ti incolli a me. Mi viene un’erezione e ti scopo.

 




 
Jeo 'ippo Juanne 'Arina.
Luvulesu, pitzinnu minore.
In tempus de laore, a manzanu e a sero,
de voes e de vaccas punghitore.
Ma no 'ippo torero.

Jeo no so mortu
a sas chimbe de 'ortadie
(che a Ignacio Sànchez).
Jeo so mortu a s'arveschere
in su creschere.

Non b'haiat pro me in s'arena
un'isporta 'e carchina vattuta
a isterrita, supra su sambene.
A mie no m'han vattutu
unu savanu biancu.

Unu voe m'haiat incorratu
in sa jaca 'e s'ortu.
Ohi! chi so mortu.
A mamma happo cramatu
A sa jaca 'e s'ortu.

Mamma est vennita a s'ortu.
Apporrimi sa manu
E 'ocaminde, mama,
dae custa mala cama
de sa terra 'e s'ortu.
No mi lasses in terra
che infattu 'e gama.
Cramami a babbu, mamma,
chi torret dae gherra...

-'Itzu meu galanu,
no lu potto cramare.
Ca babbu est mortu in mare,
e tue ses orfanu,
'itzu meu galanu.

Tue lu des contare
in donzi terra e portu
chi hat tentu malu irgrabbu,
'itzu meu galanu.
Tue lu des contare
chi babbu est mortu in mare
in donzi terra e portu
chi babbu in mare est mortu.

Ohi sa calentura, sa calentura!
Unu ilu luchente mi porria caente
babbu, su mortu in mare,
mi lu porriat caente a m'ampilare
a caminu 'e chelos.

M'ampilaiat a fiancu
unu zovanu 'ertu,
su solopattu abbertu
de cristallo biancu
e un'ispada in manos.
E una 'erta in s'imbene
chei sa mea.

L'appompiaio jeo,
m'appompiaiat isse:
- Eres herido? - Sisse.
- Eres torero? - Nosse.
Vostè juchet in s'imbene una ferta
abberta, chei sa mea.

- Vostè es torero?
- Yo soy un rio de leones.
Gloria de Andalusia.
Tu eres torero?

- Nosse, vostè. Jeo no 'ippo torero.
Jeo 'ippo Juanne 'Arina,
pitzinnu minore.
A manzanu e a sero,
in tempus de laore,
de voes e de vaccas punghitore.
Ma no 'ippo torero.
In sa jaca 'e s'ortu
unu 'oe m'haiat incorratu.
Ma no 'ippo torero.

Calla. ninito, calla.
Tu eres torero!
Lo mas grande torero sardegnolo
desmayado pequeno.

Subimos juntos a los toros celestes.
Toma tu mano pequena
a esto herido leon
torero sardegnolito
ninito del corazon.



Antoninu Mura Ena


  • Io mi faccio vanto di non essere liberticida.
  • Io mi vanto invece di mettere nel cassone della caritas i cambi di stagione.
  • La mia libertà finisce dove inizia la sua, cosa crede?
  • Sono sull'isola da due mesi, la dieta è a base di bacche e pesce e quel cazzo di grassone non dimagrisce.
  • Scusi, lei ce l'ha forse con i grassi?
  • Anche con i lipidici, se è per questo.
  • Lei è liberticida!
  • In effetti un po' di insetticida servirebbe, maledetti moscerini.
  • Il buco nell'ozono! La catena animal-vegetal-mineral!
  • Mi scusi, devo andare, il mio gatto miagola.
  • O libertaria?
  • Era Libertè, Egalitè, Brioscè.
  • Viv la Frans!
  • Esattàmant.

"Quante ferie devo fare?"
Enrica ha la faccia smunta mentre entra nell'ufficio del personale: chiede senza guardare Franco, il responsabile del personale di settore. Chiede senza sentire la porta che sbatte contro il muro, senza vedere nulla che un gilet a rombi terrificante e una bocca che si avvicina e una nuca stretta, le dita tra i capelli.
"Enrica, buongiorno. Considerando che la priorità massima nella mia vita non è sapere a memoria i residui di ferie dei miei colleghi, concedimi il tempo di digitare il tuo nome nel computer e le meraviglie della tecnica sapranno dare risposta al tuo quesito", risponde Franco.
Franco ha un passato da falegname restauratore.
Da post-giovane aveva messo in piedi un'azienda niente male, vecchi mobili da riportare alla vita, travi di antiche mansarde da sabbiare.
Da pre-anziano, grazie al padre impiegato al Ministero dell'Interno, era riuscito ad entrare all'Inps. Un rarissimo caso di raccomandato coscienzioso, bravo, dedito al lavoro. E un ottimo appiglio per le sedie impagliate da sistemare, il trumeau da riportare agli splendori, la specchiera da indorare: Franco continuava per hobby e per arrotondare il suo vecchio lavoro con i restauri per i suoi colleghi.
"Hai esattamente dodici giorni, Enrica"
"Inizierei a farli da domani, se non ti spiace. E oggi staccherei prima, mi sento poco bene".
"Nessun problema, ti preparo il modulo subito e te lo firmo".

Enrica sbircia dentro la stanza prima di entrare nel suo ufficio. Sergio non c'è, lei entra per recuperare borsa e giacca. Dal cassetto della scrivania prende chiavi, sigarette e cellulare. Esce, controlla che il corridoio sia libero, corre fuori alla sua macchina. 

La settimana scorre senza pensare. Pulizie generali, i vetri, le tende. Lavare tutti i bicchieri, spolverare l'interno degli armadietti, sistemare bollette e estratti conto della banca.
Il cellulare sempre zitto.

La domenica Enrica va al parco. Incrocia molte persone, mentre passeggia. Davanti, sulla stradina sterrata piena di pozzanghere lasciate dalla pioggia della notte, ha una famiglia che sembra molto felice, padre, madre, il bambino che scatta miliardi di foto. Il piccolo si gira verso di lei e le chiede di fare una foto al terzetto: Enrica li osserva nello schermo digitale della macchina, li inquadra, scatta. Il bambino ridendo le offre la mano per  "dare il cinque"  come ringraziamento: il palmo piccolo sbatte scomposto sul palmo grande con le dita affusolate, senza anelli. Ridendo le scatta una foto che sarà sicuramente mossa e poi cancellata dalla memory card. Avrebbe senso tenere la foto sfocata di una sconosciuta?

Enrica torna alla macchina, torna al suo appartamento vuoto. Sergio non si è fatto sentire neanche per questioni di lavoro. Un sorriso mesto le abbruttisce la faccia. Le viene da sperare che il bambino non cancelli la foto che le ha rubato. Giusto per non scomparire del tutto.

 

Quando accedi a gtalk e nessuno ti saluta.
Quando accedi a msn hotmail e nessuno ti degna.
Quando accedi a yahoo e nessuno ti caga.
Quando tutto ciò non comporta il minimo sdegno ma semplice voglia di dormire.
Quando l'unica cosa importante per te è la voragine lasciata dall'estrazione di un molare.
Quando quando quando mille altre cose.

Quando... mavaffanculo, và