Siamo in auto, distolgo l'attenzione da lui per guidare. Siamo in autostrada. Viaggio con una media dei centotrenta chilomeri orari, ogni tanto mi ricordo che se scoppiasse una ruota, o un animale si facesse arrotare, o un qualunque altro evento imprevidibilmente accadibile, esploderemmo per aria in una pioggia di lamiere e vetri. Ma intanto guido, sento le variazioni del terreno, sento il gasolio vaporizzarsi, sento lui parlare, bla bla bla., gli sorrido, rispondo, bla bla bla, uno sguardo e scoppiamo a ridere e in un istante il cartello della nostra uscita ci scompare alle spalle. Proseguo. Ci attende una serata a casa di amici, nella loro casa di campagna. Sul sedile posteriore il pacco dei salatini, da far intiepidire leggermente, nella borsa termica le bottiglie di vino.

Usciamo.

Casello, pago sporgendomi dal finestrino, troviamo subito la strada giusta senza impazzire troppo tra mappe e richieste ai passanti.
Arriviamo alla casa: è una vecchia cascina, carina, con le persiane dipinte di verde.
Gli amici ci subissano di abbracci, di baci, si apropriano dei salatini e del vino, ma non dovevi, venite a vedere la casa, avete faticato a trovare la strada, come siamo contenti, entrate.

Entriamo.

www.lindapaul.com

Il template è troppo carico, devo levare roba.

Ora, considerando che non spariranno MAI manco morta:

logo iniziale
bannerino google

pin D.I.Y.
babaccetti che ballano
musichina
sezione Mozo is Rael con rimandi ai MIEI blog che voi ovviamente leggete TUTTI i giorni
sezione
SlipperyMen
sezione Enjoy The Profesciònals che prima o poi ci metto la copertina del MIO libro e allora pregherete che vi rilasci autografi
sezione Vi siete chiesti chi siano questi tizi
sezione Orson Well's ,

rimangono da pulire i bannerini della sezione Lovers' Leap.

Dunque scannatevi e ditemi quali devo levare, per far felici i Raelini dotati di computer a cassette.

Ivaaaaaaaan, sta musica è da suicidio! Provvedi!

Le parole si inseguono livorose e piene di rabbia.
La mia libertà termina dove inizia la tua, ma se pesti la mia io ti prendo a calci nel culo che alla fine mangerai stringendo e rilassando i glutei.
Le parole si susseguono veloci, botta e risposta, botte e risposte. Strappa un sorriso un'antica inimicizia che sfocia sempre in tentativi di rispetto. Strappa un sorriso sapere che basta togliere la connessione internet, spegnere uno schermo, e tutto può sparire.

Suona il telefono.

Dove hai fallito tu come donna ci riesce una qualunque altra persona della tua età.
Senti dietro la cornetta tua madre dire che dovevi essere tu la prima a renderla nonna.

Io non posso, mamma. Ci ho provato. È scivolato lungo le mie gambe ed è andato a fare surf lungo le tubature del sistema fogniario cittadino.

La tua voce tenta di rendere allegria e felicitazione.

Non ce la faccio.

Parole che si susseguono. Datemi un mondo dove non ci siano parole.
Non voglio parlare con nessuno.

 

Mia zia mi aiuta a portare la borsa in camera da letto. È la stanza dove han dormito per anni i miei trisnonni, poi i miei bisnonni, portata qua a Genova traslocando da Torino poco prima della mia nascita. I loro ritratti seppia mi fissano dall'ovale di legno, accanto a lavori di ornato fatti a scuola dal mio bisnonno: grande artista, ferroviere. Guidava i treni, come secondo lavoro dipingeva le insegne dei negozi. In centro, a Torino, ce n'è ancora qualcuna nella zona di Porta Palazzo. Bolognese sanguigno, dicono non abbia mai alzato un dito contro nessuno. Socialista di ferro, persona retta ed equa e di poche parole.
Il letto è enorme, alto, mi ci butto sopra di traverso e guardo di sbieco lo sportello del comodino di fronte a me: è socchiuso, lo apro, vedo un pacco di lettere ingiallite e tenute assieme da uno spago.
Ho addosso ancora gli stivali, prendo le lettere, sposto lo spago, apro la busta in cima alla pila.

Mio caro, grazie. Grazie di tutto. Grazie della vita.

Le lettere sono scritte oblique, leggere, appaiono diafane, Lublino Quindici Ottobre Millenovecentoquarantasette.

Nella busta ci sono due foto: una è di una donna giovane, piacente. L'altra la ritrae con due persone più anziane, sembrano i suoi genitori.
Giro le foto e dietro il ritratto di famiglia c'è scritto in inchiostro blu "majdanek 1942".

Mia zia mi chiama, mi ha preparato il caffè.
Rimetto lettera e foto nella busta, sistemo il pacco con lo spago e lo chiudo nel comodino.
Con una torsione della schiena scendo dal letto e corro in cucina, la sigaretta pronta da accendere, la cenere da far cadere da qualche parte.

 

Meno sei. E lì? Meno dieci. Abbasso la cornetta del telefono, le informazioni meteo mi rinfrancano, sono ai caraibi in confronto.
La mia gatta fa la pipì nel water. Ma non ha le zampe abbastanza lunghe per tirare l'acqua. Parte il circolo vizioso delle domande incredibili, chi stabilisce la scadenza delle pile? Prendo in mano una ministilo, c'è stampato Mar2010, marzo 2010, oppure Marte Duemiladieci, la domanda d'obbligo è dove sarò in quell'anno? La gatta sarà troppo anziana per fare un balzo felino sul water, perderà l'equilibrio e cadrà dentro la tazza. Il cane, forte della cattiveria data dalla vecchiaia premerà lo sciacquone.
Mi chiamo Giovanni, ho trentaseianni e faccio il barbagianni.
Ogni mattina alle dieci timbro negli uffici a Gardaland vestito da pennuto menagramo e per il resto della giornata faccio felice grandi e piccini. Agito un po' le ali, fingo di becchettare il culo ai bambini e alle mamme, ma solo se son fighe, mi mangio un panino vegetariano seduto dietro l'aiuola a forma di orologio. Il problema è rialzarsi, poi. Come ogni barbagianni che si rispetti ho enormi occhiali poggiati sul becco che mi scivolano sempre quando faccio movimenti non previsti dal regolamento.
Mangio veloce, durante i miei novanta minuti di pausa, così posso correre, pardòn, zampettare al delfinario e fissare da lontano Marisa. Marisa lavora alla cassa del negozio gadgets, alla fine del percorso obbligato che la gente fa in ogni settore. Marisa vende portachiavi a forma di delfini, ha una maglietta con su un delfino e secondo me ha pure la pelle setosa di un delfino. 
Forse dice  zrip zriiiiip quando gongola di gioia.
Oggi è un giorno speciale, ho un regalo per lei. Non che sia il suo compleanno oppure sia una festività, ho voluto farle un regalo e ora sbatto le ali per farmi coraggio ed entrare, darle il mio gentile omaggio. Entro con un gruppo di giapponesi che pigolano, facciamo il percorso, oh la vascona dello spettacolo, ecco me lo guardo tutto, ho calcolato i tempi, ho dovuto saltare il mio pranzo a base di sandwich alla scarola bollita, brava l'orca clap clap, applaudo e gli occhiali mi scivolano, poi l'acquario e infine eccoci nel negozio gadget, tutto è azzurro e delfinoso, siamo in un enorme vasca blu e lì ci sei tu, mi avvicino e sento che dici blu blu, ti dico glu glu e ti porgo il mio regalo.
Toh, sardina. Per te.

 

Solo per dire che sono onorato. E che io a Houellebecq gli ho menato. E anche per dire che mi sono comprato un cellulare nuovo, di quelli che mandi le foto e i video e li fai anche. E ci ascolti le canzonette. E soprattutto che ti masturbi al telefono con la tua ex scambiandoti appunto video di lei che si masturba guardando i video che le hai mandato e di te che la compiaci facendo lo stesso, ma viceversa. Detto questo pare sia ovvietà il declino della nostra soc-i-età. Sci.

Germ Orsetto Mesmerizzato

Accade di aver bisogno di pulizia e di refrattarietà e di far le facce tristi e da marmellata caduta sul tappeto dal panino dolce addentato con troppa forza. Così chi ti è vicino ti cerca, ti chiede che hai, ma perché, ma percome e tu pieghi la testa in diagonale e fai un sorriso che dice tutto -nelle tue intenzioni- ma non fa capire un cazzo -nella realtà dei fatti. Rael per almeno tutta la prossima settimana sarà così, senza bannerini e fotine e minchiatelle varie, in nome di "la parola innanzitutto" chiestami da una delle persone più belle che io non abbia mai conosciuto. Non ci sarò neanche io, che vi lascio la palla, la voglia, la necessità o lo scazzo. Per il resto rimango abbracciata al mio orsetto di pezza e sussurro frasi terrificanti a Giorgio che dorme in silenzio così da provare che l'insegnamento subliminale, venduto con le vecchie pubblicità della Same Govi, dieci audiocassette da ascoltare russando sonoramente, ecco, funzionavano, come funzionavano gli occhiali a raggi x. Siete voi che non ci credevate. Ora vado a nutrire le mie scimmie di mare e a controllare le statistiche e gli accessi, giusto per ricordarmi che chi la dura la perde.

Aggiornamento di Lunedì 23 Gennaio 2005 ore 07:11

V: Ti ho sistemato il template
R: Ma sei troppo un'amorina, però sta settimana voglio tenerlo pulito, Rael, senza banner, stiloso, secco, asciutto
V: Non c'è problema
R: Sai, anche per chi non ha l'adsl, è una questione di netiquette, ci mettono sei ore a scaricare la pagina.

...

R: Minchia io rimetto il vecchio template, non resisto, che si comprino un pc più grosso

Aggiornamento sempre di Lunedì 23 Gennaio 2005 ma alle ore 08:41

Hai Firefox? Visualizzi tutto a cazzi marini? Hai plug-in che galleggiano sullo schermo?

Son cazzi tuoi, così impari a fare l'alternativo.

 

Vieni a dormire, mi sento dire dall'altra stanza. La voce è impastata, accendo la sigaretta, un pacchetto in una sera, due usate per rollare e non contano, due o tre rubate, e non contano, ne restano quindici o quattordici ma non fa differenza.
Gabriele mi chiama, è disteso già nel letto, forse sta già russando.
Ah, Gabriele Gabriele, come odio il tuo nome, mi hai rubato la possibilità di chiamare nostro figlio così, la legge italiana proibisce a padre e figlio lo stesso nome, lo disse Nanni Moretti e quindi ci credo. Quindi nostro figlio avrà un altro nome, per dispetto te lo chiamerò in segreto Annunzio, sarà gobbo e segaiolo e ti vergognerai di lui come ti vergogni del venerdì di cabaret destrorso sul canale cinque.
Ma poi, lo vuoi davvero questo figlio, Gabriele? Davvero vuoi perdermi così, perdere tutto e ricordarmi con profumo di prosciutto in lontananza?
Ti dirò, appoggiandomi allo stipite destro della porta, lisciandoti da sopra le coperte con lo sguardo, io non lo voglio questo bambino, Gabriele mio. Io non ho voglia di crescere, non ho voglia di fare amicizia con le altre mamme e una volta l'anno mettere palloncini colorati sull'uscio per indicare l'ingresso alla festa di compleanno.
Gabriele, continua a dormire, hai il respiro profondo e sibilante ma non è russare, mi piace, mi culla.
Io vado in bagno a far pipì, a dare un senso fisico a questa voglia di spingere, di sentire scendere ed espellere, io vado in bagno e sento un rumore osceno e capisco che è andato, Gabriele, mi spiace, è andato, è caduto, è affogato.
Tiro l'acqua. Vengo a dormire.

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robooooot