
Mio caro M.,
Leggo felice le tue parole, che mi giungono improvvise.
Confesso il momento di stasi, di immobilità prima di aprire la busta, piano, stracciando netta e con timore il lato più corto, tenendo da parte la strisciolina di carta.
Ho sfilato il foglio, piegato in tre, sono rimasta ferma a fissarlo chiedendomi se ci fossero parole belle o richieste di riavere indietro chissà quale regalo o libro o magari mi avresti avvertita che mi avrebbe contattata il tuo avvocato, una sorta di <scusami, l'ho dovuto fare, ma ti avverto, l'ho voluto fare>.
E' rimasto il respiro condensato sulla pagina, ho richiamato le parole di Mozzi appena lette sulla corrispondenza ed infine ho aperto il foglio.
Mi dici della tua vendemmia e sento le voci allegre di tuo padre, tua madre che tentava disperata di spiegarmi la ricetta della pasta con le sarde, gli sguardi strani mentre abbozzavo domande sulla mafia, il sudore continuo per il sole che mi cuoceva, il mare che c'era e non c'era, le bottiglie di zibibbo rubate nella cantina del tuo amico d'infanzia. Guardo fuori dalla finestra del negozio e vedo che inizia a scendere una pioggerellina fitta e umida, che quasi non osa bagnare. Mio caro M., qui al nord è così. Senza zibibbo.
Mio caro M.,
Ripenso alla mia domenica sera, passata su un divano in casa di amici.
Giocavano a carte, che io non amo come tutte le attività che richiedono strategia, come ben sai dopo tutte le volte che mi hai conquistata a Risiko.
Sul divano, cercando una posizione morbida ma sociale, partecipe ma già addormentata, ascoltare le loro frasi e i loro punteggi, la curiosità di vedere le carte di ognuno ma totalmente disinteressata.
Ho socchiuso gli occhi un poco e non credo di aver sognato. Non ricordo.
L'indomani al lavoro un mio collega mi ha detto di aver visto Lucarelli parlare con cognizione di causa di Pasolini. Ho ripensato al film di Tullio Giordana, visto dieci anni fa in un cinema più lungo che largo assieme a Luca, abbracciati, estasiati, frettolosi di uscire a saccheggiare tutti i libri possibili ed immaginabili su e di Pier Paolo. Petrolio giace intonso. So che ora stai correndo a prendere la tua copia che, al contrario della mia, è piena di ditate e di pagine sfogliate e di bigliettini fitti di appunti. Leggimi l'incipit.
Mio Caro M.,
Corro a casa sudando attesa di vedere se nella buca delle lettere ci sia qualcosa di tuo. C'è.
Ho aspettato qualche ora prima di infilare la penna tra le dita piegate ad occhiello, poi non ho più resistito.
Ieri è stata una giornata strana, che scivolava. In testa di continuo una vecchia canzone italiana che mi rimbombava nelle orecchie, una sfilata di volti davanti agli occhi come fotogrammi.Poi la cena, il televisore acceso, una sorta di noia trasformata in sonno.
Mi chiedo sorridendo come sarebbe stato invece se fosse stata estate, col caldo a farci ridere delle lamentele dei passanti, e noi invece a correre lungo i marciapiedi per creare un finto vento contro la nostra faccia. Il sorriso mi scende quando vedo fuori dalla finestra che invece è ormai inverno.
Ricordo tuo zio, ricordo il tuo avvicinarti a lui nella stanza, per istinto. Continua a serpeggiare tra le orecchie la frase "senza l'amore un uomo che cos'è".
Rimbomba tanto forte che sospetto il cervello sia fuggito via e il cranio ormai sia solo una cassa armonica.
Mio caro M.
Domani.
Mi dico "domani" da molti giorni.
Conosci la mia tendenza al procrastinare, ci hai scherzato su tante volte, come quando mi portasti a Bronte ad assaggiare i pistacchi, i veri pistacchi, io, cittadina nordica abituata a leccare il sale sulle pallide imitazioni in vendita al supermercato.
Mi dico domani e controllo la cassetta della posta, sapendo benissimo che sei tanto cocciuto quanto io lassista, ti sarai imposto il silenzio fino all'arrivo del mio suono.
Mi dico domani e in un botto ventiquattro ore non son più lunghe di ventiquattro secondi.
Mio caro M.
Ieri, mi dico ieri. E altroieri, tempo fa, una volta.
Mi prende una piccola malinconia, tutte le parole dure e truci e irripetibili si attorcigliano veloci lasciandomi in bocca il sapore di fondo di caffè, quando lo versi nella tazzina e ti becchi in bocca la sabbietta marrone bruciata.
Io non ho bisogno di sapere se ci sei o meno, perché già so che ci sei.














me

Ammetto candidamente 

Ho esattamente venti minuti per fare molte cose prima di uscire di casa e non mi ricordo più cosa dovessi fare di tanto importante, forse una doccia, anzi, neanche più ricordo perché debba prendere il treno, per dove debba prendere il treno, non me lo ricordo. 