Le bionde trecce gli occhi azzurri e poi
Le tue calzette rosse
E l’innocenza sulle gote tue
Due arance ancor più rosse
E la cantina buia
Dove noi
Respiravamo piano...
- Non avrai mai il coraggio di farlo! -
- Amico, vuoi scommettere? Stiamo parlando del mio cavallo di battaglia, del pezzo che mi ha reso famoso grazie a un banale girodidò e a una voce favolosa! -
Non sarebbe stata la calvizie incipiente e un’accenno di pancetta che mi avrebbero impedito di esibirmi al karaoke del locale, sempre lo stesso da circa vent’ anni. Avevamo preso l’abitudine di incontrarci ogni anno dopo la fine del liceo: la cena di primavera, la chiamavamo poeticamente. Quell’anno i più coraggiosi tra noi si sarebbero esibiti al karaoke esponendosi ai frizzi e ai lazzi di sadici ex compagni di scuola o di semplici sconosciuti altrettanto sadici.
Le bionde trecce gli occhi azzurri e poi…
Me la ricordo, non era affatto bionda, era corvina e aveva un alone nero di baffetti sotto il naso sottile. Era l’estate dei suoi dodici anni e quella dei miei quattordici, e davvero non era bionda, ma Battisti infuriava dai juke-box dei baretti sulla spiaggia durante le mattinate abbacinanti e lunghissime, e accompagnava i nostri lenti umidicci sulle rotonde in spiaggia nelle notti lunari.
Cazzo, si può dire che vivevessimo in spiaggia, ci mangiavamo perfino in spiaggia: angurie e panini con il prosciutto crudo. E acqua, bevevamo tanta di quell’acqua che neanche i cammelli nel deserto.
Allora le estati erano lunghissime, le nostre duravano da giugno a settembre.
Arrivavamo alla fine di giugno, mezzi bambini e mezzi adulti, bianchicci e puberi di primo pelo, con gli ormoni in movimento come telluriti in zona tettonica.
I nostri genitori abbandonavano il lavoro e per qualche settimana e si occupavano di noi, poi tornavano alle loro incombenze cittadine lasciandoci con la theracca o con parenti che in cambio della nostra cura usufruivano di quelle ville costruite impunemente sulla sabbia finissima - in barba a piani regolatori inesistenti - che una primavera sì e una no venivano raggiunte dal mare che a poco a poco si stava rosicchiava la costa orientale dell’isola.
Ci lasciavamo, con i nostri genitori, con grande sollievo per entrambe le parti: non è che non ci amassimo a vicenda, semplicemente ci annoiavamo a morte l’un l’altro.
C’è qualcosa di peggio della noia?
Si che c’è, è il ricordo. Non il rimorso. Che rimorsi potrei avere, cazzo.
Avevo quattordici anni.
Quattordici anni.
Nel giro di quindici giorni ci trasformavamo in giovani adulti abbronzati e disinvolti con due storie sentimentali già finite alle spalle e una che stava per sbocciare, e la nostra memoria recente sembrava appartenere a un neonato di tre giorni.
Un metabolismo basale da adolescenti in calore che si consumava in due baci con una lingua gusto menta extra-forte e salsedine: eravamo capaci di consumare dieci cornetti Algida nel giro di un pomeriggio, e non mettevamo su un etto per via delle nostre sfide con l’orizzonte.
Lei, la dodicenne col labbro superiore ombreggiato da vaga peluria, era minuta, bianchissima contro un bagnasciuga di colore rosso per i frammenti corallini.
Bella era bella, come si può essere belle a dodici anni, ché non sai come diventerai.
Lei certamente sarebbe diventata bellissima, come le more di queste parti: alte, lineamenti morbidi e pieni, occhi brillanti come stelle per via delle ciglia scure lunghissime.
E poi sarebbe andata dall’estetista che l’avrebbe liberata per sempre dalla peluria sul labbro superiore, e ne avrebbe riso ricordandosene, per tutte le paure e i complessi che le avevano procurato durante l’adolescenza.
Io la ricordo piccola, sul bagnasciuga rosso, gli occhi come stelle e i capelli neri sulle spalle.
Rimasi sorpreso quando si uccise alla fine dell’estate, sorpreso e terrorizzato. All’inizio di settembre si avventurò oltre l’orizzonte con bracciate lunghe e decise.
Era un gioco che facevamo spesso, mai da soli: "andiamo a Civitavecchia senza pinne", ci dicevamo, e ci mettevamo alla prova.
Volevamo, stupidamente, arrivare al limite della resistenza. A volte mi toccò, stanchissimo per le risate, portare fino a riva adolescenti intrepidi ma non robusti e resistenti come me. E più eravamo stanchi e più ci veniva da ridere; cazzo, in quella situazione ridevamo da matti per ogni sciocchezza, consapevoli e più eccitati dalle risate che si mangiavano le energie.
Lei, una mattina chiarissima con un mare ancora piatto come l’olio, lo fece da sola e non tornò.
Quando saltò fuori il suo diario personale zeppo di cuoricini di diverse dimensioni con dentro scritto il mio nome e altre frasi stucchevoli del tipo non posso vivere senza di te, sua madre pensò bene di portarmelo in dono.
Non mi disse una parola.
Avevo quattordici anni, dovevo essere per forza libero da ogni colpa e responsabilità, e lo ero davvero.
Ero innocente quanto lei, forse più di lei, che a dodici anni si uccise utilizzandomi, e sono convinto che lo fece consapevolmente, come lo strumento che le avrebbe permesso di essere la più estrema tra tutti noi, la migliore.
E le tue corse
E l’eco dei tuoi no…
- Non avrai mai il coraggio di farlo! -
- Amico, vuoi scommettere? Stiamo parlando del mio cavallo di battaglia, del pezzo che mi ha reso famoso grazie a un banale girodidò e a una voce favolosa! -


















Mami oggi parte per mare. 
132° Meridiano e parallelo.